Ho provato qui a rispondere alla casa editrice EDT sul quale potrebbe essere il mio personale “punto di ripartenza”, o un’“idea di ripartenza”:

https://www.edt.it/ioriparto-matteo-pericoli-affacciarsi-al-futuro

Il nostro punto di contatto col mondo svuotato dal virus

di Matteo Pericoli

La Stampa, 10 maggio 2020

 

La mia prima finestra, New York, 2004

È tutto iniziato nel 2004 a New York quando, a pochi giorni dal trasloco, preso dallo sgomento di abbandonarla dopo setti anni passati con lei, silenziosa e trasparente, sempre al mio fianco decido di disegnarla in fretta e furia, per portarmela via, per non lasciarla indietro, per mantenere vivo quel rapporto così intenso. Mentre la disegno mi accorgo però che, sebbene l’avessi vista per anni, non l’avevo mai osservata a fondo. Noto, infatti, una moltitudine di dettagli che mi erano sfuggiti. Mi rendo conto che avevo dato per scontato la vista dalla mia finestra.

Da allora si potrebbe dire che disegno quasi solo finestre, cerco cioè di restituire in un disegno quello che altre persone vedono dalle loro finestre per poi “raccontarle”. Nella maggior parte dei casi disegno viste di luoghi che non ho avuto la fortuna di visitare e di persone che ho a malapena conosciuto.

È così che ho scoperto Torino quando ci trasferimmo qui dodici anni fa. È così che ho “viaggiato” per il mondo e disegnato finestre di scrittori e scrittrici che vivono in India, Giappone, Islanda, Nigeria o Argentina. È così che, da poco più di un anno, grazie un progetto per Amnesty International, sto imparando a vedere anche quello che vedono i rifugiati quando guardano fuori dalle loro nuove finestre.

In fondo, in tutti questi anni sono stato alla ricerca della conferma, o forse della spiegazione, di quel profondo legame che mi aveva spinto a disegnare la mia, di vista, nel 2004.

Poi, circa due mesi fa, succede l’inimmaginabile: improvvisamente, impreparati, impauriti e senza un attimo di preavviso ci troviamo tutti in casa ad attendere e a sperare. Di colpo lo sguardo dalle nostre finestre si trasforma. Questo strano “oggetto” che io avevo osservato, disegnato, ascoltato per 14 anni diventa la nostra principale inquadratura su un mondo svuotato: il nostro punto di contatto, di separazione, di protezione, e di speranza e unione.

Da questo semplice riquadro, in fondo null’altro che un buco nel muro che avevamo forse trascurato in passato, ora migliaia, milioni di sguardi si intrecciano l’uno con l’altro per ricostruire quella densa trama che era la vita precedente alla quarantena. Di slancio chiedo sulla mia pagina Facebook di approfittare di questo periodo bloccati dietro alle nostre finestre per provare a disegnarle e a raccontarle.

Ho ricevuto una moltitudine di lavori, e tra quelli che ho condiviso è venuto fuori quello che in tutti questi anni avevo sospettato, ovvero che le finestre offrono più livelli di lettura: collocando il nostro sguardo in un preciso punto della nostra vita, possiamo muoverci liberamente nello spazio e nel tempo; il confine tra passato e futuro sembra confondersi; come in uno specchio, la nostalgia e la speranza si riflettono verso di noi. Tutto sembra fondersi in un grande e illimitato potenziale narrativo del quale per anni avevo avuto solo il sentore.

In questa pagina potete vedere solo alcuni esempi tra gli intensi e commoventi lavori che ho ricevuto. Sono grato a tutti coloro che mi hanno mandato le loro finestre. D’ora in poi, ogni mio disegno di una qualsiasi vista da una qualsiasi finestra sarà arricchito da ciò che ho imparato e sentito in questo periodo. Guardare dalla finestre non sarà più come prima, e mi auguro che sia così per tutti.


La Stampa, 10 maggio 2020

The other day my friend Azzurra Muzzonigro asked me to contribute a short piece about how my work space and routine are overlapping with my family’s domestic life and space in our Turin (Italy) apartment during the lockdown for a feature on her blog called “Domestic space is the new public space”. Here’s what I told her.

 

Ralph seen from my work desk through the small window

My current daily routine is actually very similar to my previous one, seeing that I basically work in a large closet at the end of a long hallway from which we removed a wall so that I could access it from the adjacent bedroom rather than from the door. When we moved in, we had a small opening, a “window” of sorts, cut into the door at the end of the hallway at the height of my daughter’s face (who at the time was seven years old), which ended up right at my eye level, so, upon her knocking, I could open the little panel that covered the opening and see her smiling face perfectly framed in my own “little window”. Luckily, I still have a “real” window in the bedroom next to my studio/closet that looks at the now quiet and deserted outside world (and much further away the hill of Superga).

What is different now is that my little studio/closet window, which opens onto the hallway, is being opened and closed a lot more often, because beyond it there’s a lot more life. I hadn’t thought about it, but this opening has become my true inside/outside view onto a series of intense intra-domestic movements: my wife going from one room to the other, ending up in the living room where she works and where she holds her lessons; my daughter wandering from room to room before ending up in her bedroom where she tries to recreate her social and academic life. There’s actually a great coming and going right before me. And this little window that until just a few weeks ago was used mostly to keep an eye on what the cats were doing (usually sleeping) — or to throw them a crumpled up piece of paper so they would quit bothering me, or that I would use to say hello to whomever was coming in from the front door (at the other end of the corridor) — has now become my primary window looking out at a home bustling with life and activity, full of new and complex interactions; of inventions and revelations; of hope and anticipation; and, sometimes, of tension and anxiety. Even the cats are more active. Well, Ralph, the male, isn’t, he still sleeps a lot; but Marlene, the female, doesn’t seem to understand why we’re always around, why this small window that used to stay mostly closed gets instead opened all the time; and why these weekends are lasting an eternity.

Some window view drawings

With so many people around the world being forced to stay at home, our windows have taken on a much more profound and metaphoric function than ever before. In essence, they have become our primary point of visual contact with the world — a contact that both protects and separates us, but at the same time unites us.

This familiar hole in the wall, to which we had probably never paid much attention, has suddenly become an imposing snapshot of a moment — a huge and strange moment that we are living together from inside our homes and our selves.

Francesco Pozzoli, 13 years old, from Milan (Italy)

About a month ago, when Italy went into lockdown, on my Facebook page I asked people to share a drawing of their window view together with a short text. I’ve received many amazing contributions, many of which from kids. Check my Facebook page to view them — they convey a powerfully shared feeling of anxiety, suspension, nostalgia, and hope.

It would be wonderful if as many of you as possible, wherever you are around the world, contributed to this collection of viewpoints. Take a moment to observe what you see out your window and then try drawing it using the window to frame the view. Then write a paragraph describing it. What do you see? How far can you see (“far” both in space and time)? And how does the view reflect back on you? What do you notice that you hadn’t seen before?

Christian Rotella, 14 years old, from Borgaro Torinese (Italy)

Please share this post as much as possible. Then draw, tell, and share your window views! In the end we will have a collective vision of the world as seen through the eyes of a multitude of individuals who are sharing a common experience.

If you would like me to see your work (and perhaps share it), please mention my name or my Matteo Pericoli public page so I can find it; and please use the hashtags #mywindowview and #windowsontheworld.

Click here to view the post on Facebook:
https://www.facebook.com/Pericoli.Matteo/posts/10157158797587083

È finalmente arrivato!
Finestre su New York: 63 visioni sulla Grande Mela, un libro (e una copertina) da aprire.

“63 visioni di New York. 63 sguardi dalle finestre di artisti, registi, scrittori, musicisti, filosofi, scienziati e persone comuni che Matteo Pericoli ha incontrato, per poi ritrarne gli scorci e realizzare una storia inedita della Grande Mela: il racconto della città, fatto di sensazioni e confessioni, da parte di alcuni tra i suoi personaggi più famosi.

Matteo Pericoli disegna ognuna di queste intime vedute, intrecciandole per comporre un quadro più grande dei meri limiti urbani della città. E così ci invita a compiere un gesto insolito per la frenesia delle nostre vite: affacciarci alla nostra finestra, rimanere qualche secondo a scrutare e interrogare il mondo, fino a diventare una cosa sola con ciò che vediamo.”

Selezione di rassegna stampa:

Alcuni appuntamenti:

  • Lunedì 27 gennaio 2020 ore 19: Presentazione e inaugurazione mostra “Finestre su New York”, Colibrì, Milano — con Azzurra Muzzonigro

  • Giovedì 12 dicembre 2019 ore 8:30: CAP10100, Torino — con CreativeMornings Turin

  • Martedì 10 dicembre 2019 ore 21: La Galleria del Libro, Ivrea — con Gianmario Pilo

  • Mercoledì 27 novembre 2019 ore 18: Eggers 2.0, Torino — con Alessio Cuffaro e Gianmario Pilo

  • Sabato, 16 novembre 2019 ore 17:30: Combo, Milano (per Bookcity) — con Marta Cereda

The New Yorker, September 12, 2011 issue

In one of my rarely-opened drawers, I stumbled across this September 12, 2011 issue of The New Yorker magazine with a portion of my original, 2001 West Side drawing from Manhattan Unfurled (top) and a 2011 drawing of the same section of the skyline (from Canal St. to the Battery).

Click here to watch a New Yorker video about the making of the drawing:
http://matteopericoli.com/2014/07/22/the-new-yorker-video-matteo-pericoli/

Very excited to be talking about the LabLitArch at Princeton University next week!

https://ams.princeton.edu/events/cosponsoring/mellon-forum-mapping

From the LabLitArch News page  

The first workshop was held in April, in collaboration with professor Marco Maggi of USI University of Lugano (CH), Institute of Italian Studies, and organized by the City of Lugano.
An array of participants, including USI literary students, graduate design students, and two selfless local architects (Flora and Michela), attended. Professor Maggi’s area of research, which focuses on the “mental space” of the reader, allowed for a more in-depth exploration of how a literary text “carves out” a space from within the mind of the reader.
While working with one of professor Maggi’s students who has been visually impaired since birth, we realized how her ability to deduce an architectural space (obviously only its interior since its exterior shape isn’t perceivable to her) is incredibly similar to how a reader perceives the “structure” of a literary text, where words function not so much as “building blocks”, but more as excavating toolsthat actively create space by subtracting material from a solid mass (imagine, for example, the city of Petra in Jordan). A story, in fact, is obviously un-knowable from the “outside” and it’s only once we’ve begun to penetrate it (by reading it) that we start to slowly create a perception about its “construction”.
For this edition we worked on texts by HemingwayDeliusTabucchi and A.M. Homes. Here is a short video on our 20+ hours of practically continuous work: YouTube LabLitArch Lugano Video

The second workshop was LabLitArch’s very first experiment with music. It was in fact called “Laboratory of Musical Architecture”. It was held in May, in collaboration with professor Andrea Malvano of the University of Turin’s Department of Humanities. Professor Malvano, who has degrees in both literature and music (piano), selected pieces by BachSchumannSchoenberg and Glass. The participants, all trained musicians or music students, worked with two experienced LabLitArch architects (Michelle Vecchia and Alessio Lamarca) to produce five amazing models:

We applied the very same methodology and approach used in many Literary Architecture workshops, i.e. working mostly backwards in search of possible motivating and implicit original inclinations that were at the basis of the creation of the musical pieces. As with literary texts, we avoided manifesting what is somewhat already explicit in the music. By working in the opposite direction, so to speak, we tried to get as close as possible, if it is even ever attainable, to the composer’s original creative sparkor insight or intuition.

This led us to the realization that, in music as in literature, movement in this direction forces us to leave our familiar disciplinary turf and we end up reaching a kind of expansive narrative ground probably common to most human artistic endeavors. Perhaps there indeed exists a sudden creative impulse, which is neither made of words nor of notes — it’s just there, as a not-yet-manifest expression of a narrative intuition. If so, narrative is truly all-pervasive. And architecture, with its fundamental narrative elements such as volume, space, light, weight, revelations, suspension, etc. seems to be an ideal tool to analyze, explore and even enter this boundless space of narrative.


Insight from both of these workshops will hopefully be included in the Literary Architecture book I am working on with Il Saggiatore. Work is progressing well and, as an additional sneak preview, I would like to share this new sketch of the book’s structurehere. At first glance, it may not seem so different from the previous sketch; but to me, and my very-limited writing experience, it represents a huge step forward!


Check the original post from the LabLitArch website:
http://lablitarch.com/2019/06/lablitarch-news-two-illuminating-workshops/

di Marco Maggi
Arabeschi N. 12, Dicembre 2018

Con l’aria di disegnare architetture e profili di città, Matteo Pericoli conduce da vent’anni un’indagine profonda e affascinante sul senso dei luoghi e dell’abitare. L’autore stesso la definisce una «ricerca dello spazio attraverso il disegno del dettaglio».

Manhattan Unfurled The East Side – Financial District (dettaglio)

All’origine fu Manhattan Unfurled (2001), lo skyline della City di New York srotolato su due nastri di carta della lunghezza di dodici metri ciascuno; quindi il rovesciamento di prospettiva con Manhattan Within (2003), la città vista dall’interno di Central Park. Seguirono London Unfurled (2011) e prima, in forma di ‘capriccio’, niente meno che World Unfurled (2008). Nel frattempo la sperimentazione sulla forma panoramatica era stata affiancata da una ricerca sulle ‘vedute’, con The City Out My Window: 63 Views on New York (2009).

Con l’inizio di questo decennio Matteo Pericoli ha orientato sempre più la sua ricerca sulle relazioni tra architettura e letteratura. Lo strumento d’indagine è sempre lo stesso, la sua matita, al più ora affiancata dai modelli in tre dimensioni costruiti nell’ambito di un Laboratorio di Architettura Letteraria proposto con successo nei dipartimenti di architettura e nei corsi di creative writing delle università di mezzo mondo, da Ferrara a Taipei, da Gerusalemme a New York.

Abbiamo incontrato Matteo Pericoli a margine dell’edizione del Laboratorio di Architettura Letteraria svoltasi alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino tra il 16 e il 19 novembre 2017.

D: Il Laboratorio di Architettura Letteraria si presenta come un’«esplorazione transdisciplinare di narrazione e spazio». I partecipanti sono invitati a costruire con colla e cartoncino un modello architettonico capace di restituire a un potenziale visitatore l’esperienza percettiva, cognitiva ed emotiva ricavata dalla lettura di un testo narrativo. Da quale percorso è nato questo progetto?

R: Volendo fingere di rendere in maniera lineare un percorso che è stato in realtà tortuoso e spezzato, costellato di sorprese e casualità più che guidato da un disegno consapevole, direi che all’origine fu la tesi di laurea in architettura con Volfango Frankl e Domenico Malagricci, che erano stati collaboratori di Mario Ridolfi. Lavorando con loro avevo avuto il sentore che l’architettura fosse qualcosa di diverso dalle cose che avevo ascoltato nei corsi universitari a Milano. Tra l’altro, loro, anche per ragioni anagrafiche, disegnavano tantissimo, facevano tutto a mano, in un momento in cui – si era all’inizio degli anni Novanta – si stava affermando la tendenza a fare tutto al computer.
Fu grazie a queste persone che mi venne la curiosità di andare a vedere le architetture dell’ultimo Michelucci, dalle quali compresi un principio che ho cercato poi di applicare all’architettura letteraria: l’intuizione, cioè, che il materiale da costruzione non sono tanto soffitti e pareti, bensì il vuoto; che l’architettura è in primo luogo modellazione dello spazio.
Fu su questa spinta che mi decisi ad andare a New York, dove finii per lavorare nello studio di Richard Meier (dove peraltro scoprii, con un certo sentimento di rivincita, che là si faceva tutto a mano!). Qui però mi accorsi anche che ciò che mi interessava veramente fare era narrare col disegno. Volevo esplorare la dimensione della linea, che è l’elemento grafico più vicino alla parola, alla narrazione, per provare a dare una forma all’affetto che provavo per quella città. New York Unfurled è nato così, poi sono venuti tutti gli altri.
Anche il fatto di dover parlare, pensare e leggere in un’altra lingua ha forse favorito quel processo di ‘sganciamento’ dal linguaggio che mi ha condotto ad apprezzare la lettura in maniera diversa, a partire dall’esperienza sinestetica di percepire altro oltre alle parole. Come quando, passeggiando in una piazza con qualcuno, anche se sei concentrato su ciò che stai raccontando, quando arrivi dall’altra parte ti sei formato un’idea di quel luogo.

D: Poi ti sei trasferito a Torino.

LabLitArch – Jeffrey Eugenides ‘Middlesex’

R: Nel 2009 iniziai a tenere un corso alla Scuola Holden intitolato La linea del racconto. Facevo disegnare agli allievi della scuola di scrittura la loro finestra, quindi chiedevo loro di descriverla con le parole. Mostravo loro le opere di Saul Steinberg per indicare il territorio di confine fra scritto e disegnato che volevo che esplorassero. L’anno dopo quelli della Scuola mi chiesero vagamente di fare ‘qualcosa di più’. Fu così che nacque l’idea dell’architettura letteraria. Vedevo tutti questi ragazzi che parlavano di architettura dei romanzi, di funzionamento delle storie, e volevo dire loro: «Io in teoria sono un architetto, o comunque un appassionato di questa cosa che è lo spazio: perché non mi fate vedere, invece di parlarne, come funziona la narrazione, perché non proviamo a capire insieme perché, come si dice, le storie stanno o non stanno in piedi?». Il primo laboratorio fu sconvolgente, erano tutti studenti di scrittura, dunque nessuno sapeva costruire un modellino, c’erano cartoni dappertutto, ma le idee erano così incredibilmente avanzate, sofisticate, erano idee che non mi ero nemmeno lontanamente sognato durante gli studi di architettura. Fu allora che intuii che l’architettura letteraria non era un’idea ma un possibile cammino di scoperta.

D: Quali contributi può portare il tuo laboratorio alla comprensione di che cos’è un testo letterario?

LabLitArch a Gerusalemme

R: La cosa forse più interessante di un’operazione come questa è che accende la luce su cosa succede nella parte destra del cervello mentre leggiamo. Pensiamo alla lettura come a un’attività confinata nell’emisfero sinistro, quello del linguaggio, ma in realtà qualcosa succede anche dall’altra parte. Il laboratorio consente di gettare luce su questa zona in penombra. Però al tempo stesso vorrei che la ‘magia’ avvenisse in maniera non scientifica. All’inizio, dopo i sorprendenti risultati delle prime edizioni, ero stato io a chiedere a dei neuroscienziati che si occupavano della percezione dello spazio di aiutarmi a comprendere cosa accadeva nel laboratorio. Ora, pur continuando a leggere su questi argomenti, preferisco cercare risposte dal laboratorio stesso, che ripropongo sempre quasi identico, sia perché spero di riprodurre ogni volta la sorpresa della prima volta, sia per misurare eventuali scarti, che sono grandi elementi di apprendimento. Soprattutto, credo che le risposte più profonde, più ancora che dallo studiare o anche dal progettare le architetture letterarie, vengano dal disegnarle con la matita e realizzarle col cartone: lì si vede subito come funziona una storia, se sta o non sta in piedi…

D: L’unico precetto dell’Architettura Letteraria, come spieghi ai partecipanti al laboratorio, è di essere ‘letterari’ e non ‘letterali’. Cosa intendi dire?

R: Se ‘costruisci’ Gita al faro di Virginia Woolf e fai il modellino di un faro sei fuori strada. Hai usato quello che l’autrice ti ha suggerito e ti sei fermato lì. Ma cosa significa la gita al faro, cosa è successo prima, la morte della nonna, l’assenza, il motivo per cui tu vai al faro… Tutto questo è assente. Se il faro lo inserisci alla fine, perché è coerente con la costruzione, allora può funzionare; però ci deve essere tutto il resto… Nella Gita al faro il faro può essere una soluzione architettonica diversa, il faro può anche essere un buco.

D: Di recente hai esplorato un altro aspetto delle relazioni tra letteratura e spazialità, con l’illustrazione delle architetture d’invenzione di due classici della letteratura italiana: i mondi ultraterreni di Dante per un’edizione scolastica della Commedia commentata da Robert Hollander e le utopie urbane di Italo Calvino per una traduzione brasiliana delle Città invisibili. Ti sei cimentato anche con le immagini di copertina di alcuni libri. Quali lezioni hai tratto da quest’altra diramazione del tuo progetto di ricerca letteraria attraverso lo spazio e il disegno? Come declini, in questo caso, il tuo precetto di essere letterari e non letterali?

Zemrude

R: È una domanda buffa, perché, nel caso dell’illustrazione, il precetto di essere letterari e non letterali non vale. A mio parere l’illustrazione dev’essere un servizio al testo, è lui che ‘comanda’, quindi va fatta con dedizione e ‘altruismo’. È una cosa diversa dall’architettura letteraria. Sono, per così dire, due sport diversi: l’illustrazione è una specie di tiro al bersaglio, devi centrare l’obiettivo; l’architettura letteraria, invece, è come il tennis: l’obiettivo è rinviare la palla entro uno spazio che è delimitato, ma che al contempo offre soluzioni diverse. Nel caso di Dante e Calvino, ho cercato di sottolineare tutti i passi in cui era chiaramente descritto come funzionano le loro architetture. Di lì in poi ho dovuto cercare soluzioni a problemi architettonici che né Dante né Calvino avevano dovuto affrontare, in quanto le loro architetture sono fatte di parole e non di tratti. Erano comunque sempre soluzioni fornite a problemi ‘tecnici’.

D: L’ultima domanda è rivolta al lettore. Uno spiraglio sui ‘tuoi’ autori è offerto dalle Literary Architecture Series pubblicate su ‘Paris Daily Review’, ‘La Stampa’, ‘Pagina99’: in ordine sparso, Fenoglio, Faulkner, Dostoevskij, Tanizaki, Carrère, Ernaux, Conrad, Calvino, Vonnegut, Ferrante, Saer, Dürrenmatt… Quali sono i tuoi favoriti? E soprattutto, che tipo di lettore sei? Come ti poni di fronte a un’opera letteraria?

Tanizaki, La chiave

R: Tutte queste letture sono state in qualche modo sorprendenti. In realtà per sei anni avevo chiacchierato tanto ma non avevo fatto nulla, nel senso di costruire architetture letterarie. Poi il direttore de ‘La Stampa’, Maurizio Molinari, mi lanciò la sfida. La prima fu Gli anni di Annie Ernaux. La chiave di Tanizaki è un’architettura perfetta. Mattatoio n. 5 di Vonnegut è una lettura che tutti dovrebbero fare, non ha niente a che vedere con le etichette che gli hanno appiccicato, la fantascienza, l’umorismo… È uno sforzo immane condotto con una leggerezza inimmaginabile, per me è quasi eroico. Credo che sarei più pronto a ricostruire domani la cupola del Brunelleschi – con qualcuno che mi aiuta! – piuttosto che scrivere una cosa così.
Nel corso di questi anni la lettura è diventata per me una sorta di viaggio esplorativo. Mi faccio prendere per mano, se lo scrittore o la scrittrice lo vogliono, oppure mi affido al mio desiderio di esplorare la storia alla ricerca di sorprese narrative, spesso soffermandomi a osservare i dettagli, così essenziali nell’architettura come anche nella narrazione; alle volte mi trovo a gioire e godere di quello in cui mi imbatto, ogni tanto a intristirmi per le potenzialità mancate, o per dettagli progettati male.

Leggi direttamente dal sito di Arabeschi: http://www.arabeschi.it/architettura-letteraria-una-conversazione-con-matteo-pericoli-/

It’s finally here and it is so exciting to see the Laboratory of Literary Architecture in a major academic publication! The Routledge Companion on Architecture, Literature and The City, edited by Jonathan Charley, features a chapter on the LabLitArch, which includes a narrative on the genesis of the laboratory, images, project samples, the Literary Architecture series, as well as a dialogue between professors Carola Hilfrich and Jonathan Charley about the pedagogical implications of the LabLitArch.

Excerpts from the dialogue between professors Carola Hilfrich and Jonathan Charley:

“One of the valuable features of the LabLitArch project is that it seems to suggest a ludic alternative to a super-rationalized modern education system.”

“It sets up a process of playful experimentation … that has all the edginess, marginality, contingency, and frustration as well as the serious stakes in liberating our thought from habitual constraints.”

“Seeing the process at work felt like being in loophole of knowledge production; a place where participants, thrown out of the respective boxes of their home disciplines, move into a hybrid, interactive, and reconfigurable field.”

“I think of Matteo’s Laboratory as a unique environment for exploring the potential of … moments where literature and architecture, words and buildings and spaces, readability and inhabitability intertwine with humans.”

“Asking us to put our hands on works of literature by architecturally removing their verbal skins, the LabLitArch makes us grasp their actual texture rather than their form or meaning, so as to shape it, collaboratively, as a habitable space.”

“LabLitArch is perhaps most transformative for our thinking and doing at moments of counter-intuition, competing intuitions, mixed intuition, or intuitions that fail us; and that its emphasis on intuition, or gut feeling, includes loops through the whole body and its more intentional responses, as well as through the imagination and the environment.”

“Matteo’s Laboratory is itself a theory of intuition and failure. Intriguingly, its teaching method in collaboratively haptic creativity advances from the outset a non-subjectivist approach; and it does produce end-results, in the form of architectural projects.”

Details here:
https://www.routledge.com/The-Routledge-Companion-on-Architecture-Literature-and-The-City/Charley/p/book/9781472482730
And here:
http://lablitarch.com/2018/12/lablitarch-in-routledge-academic-anthology/