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Saul Steinberg: il lascito di un genio del Novecento

di Matteo Pericoli

 
Pubblicato nel numero di Marzo 2022 de L’Indice dei libri del mese

Saul Steinberg 1978. Foto di Evelyn Hofer

English version

Una delle maggiori difficoltà che si incontrano nel cercare di avvicinarsi al lavoro di Saul Steinberg è quella di identificare l’angolo d’approccio corretto. L’errore tipico che si fa è tentare di definirlo: è un illustratore? no, o forse sì; è un fumettista? certo! anzi no, certo che no; un disegnatore? sì, disegnatore di sicuro, o no? è forse più semplicemente, o più genericamente, un “artista”? beh, quello di sicuro. Nell’accostarci con attenzione alla complessa figura di Saul Steinberg, sentiamo però che nemmeno l’onnicomprensiva parola “artista” sembra funzionare. Non è solo un artista, è qualcosa di più. Ma cosa?

Steinberg nasce in Romania nel 1914 da una famiglia ebrea. Vive a Bucarest fino al 1933 quando si trasferisce in Italia, a Milano, dove studia architettura al Regio Politecnico. Nel giro di qualche anno inizia a pubblicare disegni in varie riviste e a godere di un certo successo, ma la sua situazione si complica a causa delle leggi razziali tanto che all’ingresso in guerra dell’Italia decide di emigrare negli Stati Uniti. Scoperto, viene arrestato e passa un periodo di alcuni mesi di internamento in Abruzzo. Nell’estate del 1942 riesce finalmente ad arrivare a New York.

Il lavoro di Steinberg a quel punto era già noto negli Stati Uniti. Grazie ad alcune conoscenze, infatti, durante il periodo d’attesa prima di entrare nel paese aveva già pubblicato vari disegni su riviste statunitensi quali Harper’s Bazaar e Life. Al suo arrivo a New York, Steinberg inizia praticamente da subito a collaborare con la rivista The New Yorker contribuendo con copertine, illustrazioni, disegni vari, vignette e così via; cosa che continuerà a fare, con successo e libertà finora senza pari e forse ineguagliabili, per il resto della sua vita.

Molti indizi sulle difficoltà che si hanno nel descriverlo si trovano in citazioni di Steinberg stesso. Di sé, ad esempio, dice: «Sono nato in un paese complicato, bisognava aprirsi una strada tra diverse verità contraddittorie, una magnifica scuola per un romanziere. Gli unici personaggi che rispettavo, gli unici con cui potevo conversare, erano i personaggi da romanzo. Credevo che i libri fossero di origine divina, e quando ho capito che erano scritti da persone qualunque (che dunque erano sconosciuti prima di diventare famosi), sono rimasto talmente colpito che mi son detto: “Ma allora anch’io posso farlo!”.» (Riga, pag. 111)

Tuttavia, il rapporto conflittuale con la Romania, la «patria infernale» (Lettere a Aldo Buzzi, p. 278), il tradimento dell’Italia e delle sue leggi razziali, il suo essere un immigrato, sebbene naturalizzato, negli Stati Uniti, fanno sì che a Steinberg manchi una lingua con la quale potersi esprimere in totale disinvoltura e con la dimestichezza dei romanzi che adorava.

In una incessante ricerca di sé, della propria identità e di un proprio linguaggio attraverso il suo lavoro, Steinberg cerca da un lato di definirsi, di ritrovarsi, di conoscersi e di farsi conoscere, dall’altro invece crea e simultaneamente cancella le proprie tracce e l’idea che ci si può fare di lui.

Lui stesso racconta come in mezzo a questa accanita ricerca finisce per inventare «un linguaggio che non esisteva prima in quanto linguaggio». Sceglie una «materia prima», il disegno, e la usa «per esprimere idee poetiche o filosofiche» (Riga, p. 106). Non è il disegno che proviene dalla tradizione del disegno dal vero, perché, dice sempre Steinberg, «il disegno dal vero rivela troppo di me […] divento una specie di servo, personaggio di secondo ordine» e nel quale «vedo […] i miei difetti». Nei disegni «fatti con la fantasia», invece, Steinberg può nascondersi, può introdurre molteplici livelli di lettura e interpretazione: «mostro me e il mio mondo nel modo che scelgo». (Riflessi e ombre, p. 59)

E così noi lettori, tramite i suoi lavori, non abbiamo accesso, come di solito accade, a ciò che Steinberg “vede” mentre disegna; siamo piuttosto davanti a una finestra aperta sulla sua mente e sui suoi pensieri, come in un testo letterario o un saggio o un trattato.

In tutto ciò credo che l’architettura abbia avuto un ruolo molto importante, sebbene indiretto. Steinberg ci dice che lo studio dell’architettura è stato per lui «meraviglioso per tutto tranne che per l’architettura. Lo spaventoso pensiero che quello che disegni può trasformarsi in un palazzo ti fa propendere per tratti perfettamente ragionati». (Riga, pag. 38) Le sue linee quindi, così ragionate, precise e con un intento cristallino, sono le impronte visibili delle sue intuizioni, dei suoi pensieri e dei suoi ragionamenti.

Ma non solo, Steinberg sembra addirittura sapere quello che noi, a nostra volta, pensiamo o sappiamo, proprio come i migliori architetti. Infatti, un qualsiasi disegno di Steinberg mi fa pensare al Partenone di Atene. Nel voler trasmettere un senso di armonia, proporzioni e chiarezza, i costruttori del Partenone sapevano che la nostra mente corregge, modifica e vede in modo distorto. Ad esempio, sapevano che le colonne alle estremità andavano un po’ ingrandite e un po’ avvicinate alle altre altrimenti sarebbero apparse più lontane e più piccole delle altre; oppure che la base del timpano andava leggermente curvata all’ingiù altrimenti le sue estremità si sarebbero sollevate invece di apparire orizzontali. Il rapporto che si instaura quindi tra chi costruisce e chi assorbe (in questo caso uno spazio architettonico) è una sorta di interconnessione o collaborazione tra due fonti creative: quella di chi compone e quella di chi legge.

Non è un caso che i filosofi Roberto Casati e Achille Varzi scrivano che «commentare un disegno di Steinberg è […] come commentare il lavoro di un collega» (Riga p. 398). Steinberg voleva e sapeva parlare a tutti; e voleva essere ascoltato da tutti.

Per avvicinarci al suo lavoro, quindi, non ci resta che indugiare davanti a un suo disegno, resistere al desiderio di classificarlo, far sì che le sue linee si insinuino nella nostra mente e atterrare così nel suo mondo fantastico.

 

— Marzo 2022


Libri menzionati:

Riga 24, Saul Steinberg, Marcos y Marcos, 2005
Saul Steinberg, Lettere a Aldo Buzzi 1945-1999, Adelphi, 2002
Saul Steinberg con Aldo Buzzi, Riflessi e ombre, Adelphi, 2001


Saul Steinberg: the legacy of a genius

by Matteo Pericoli

 
Published in the March 2022 issue of L’Indice dei libri del mese

Saul Steinberg 1978. Photo by Evelyn Hofer

Versione italiana

One of the greatest challenges we encounter when trying to interpret Saul Steinberg’s work is trying to find the right angle of approach. The typical mistake we often make is trying to classify him: Is he an illustrator? No, or maybe yes; Is he a cartoonist? Sure! No, of course not; A brilliant draftsman? Yes, a draftsman for sure, or maybe not? Is he perhaps more simply, or more generically, an “artist”? Well, that’s a given. However, as we carefully approach the complex figure of Saul Steinberg it feels as if not even the all-encompassing word “artist” is accurate enough. He was not just an artist; he was something more. But what?

Steinberg was born into a Jewish family in Romania in 1914. He lived in Bucharest until 1933 when he moved to Milan, Italy, where he studied architecture at the Regio Politecnico. Within a few years he began to publish drawings in various Italian magazines and enjoy a certain success. Yet, his situation got complicated by the racial laws, so much so that as soon as Italy entered the war he decided to immigrate to the United States. However, he was arrested before he could leave and spent a period of several months of internment in Abruzzo. In the summer of 1942 he finally managed to arrive in New York.

Steinberg’s work at that point was already well-known in the United States. In fact, thanks to several acquaintances, in the period right before entering the country he had already published many drawings in various American magazines such as Harper’s Bazaar and Life. Upon his arrival in New York, Steinberg started practically immediately to collaborate with The New Yorker magazine, contributing covers, illustrations, drawings, cartoons and so on — something he would continue to do, with exceptional and perhaps unparalleled success and freedom, for the rest of his life.

Many clues to the difficulties in describing him are found in quotes from Steinberg himself, such as: “I was born in a complicated country, one had to pave one’s own’s way through several contradictory truths, a magnificent school for a novelist. The only characters I respected, the only ones I could converse with, were characters from novels. I believed that books were of divine origin, and when I realized that they were written by ordinary people (who were therefore unknown before they became famous), I was so impressed that I said to myself, ‘Then I can do it too!’” (Riga, p. 111)

However, his conflictual relationship with Romania, the “infernal homeland” (Lettere a Aldo Buzzi, p. 278), his betrayal by Italy and its racial laws, and his being an immigrant, albeit a naturalized one, in the United States meant that Steinberg lacked a language with which he could express himself with total ease and with the same familiarity of the novels he adored.

In an incessant search for himself, his identity, and a language of his own through his work, Steinberg sought on the one hand to define himself, find himself, know himself, and make himself known, while on the other hand simultaneously create and erase any traces and images of himself.

It was Steinberg himself who recounted how in the midst of this dogged research he ended up inventing “a language that did not exist before as a language.” He chose a “raw material,” i.e., drawing, and used it “to express his poetic or philosophical ideas” (Riga, p. 106). It was not the kind of drawing that comes from the tradition of life drawing, because, as Steinberg said, “life drawing reveals too much about me […] I become a kind of servant, a second-rate character” in which “I see […] my own defects.” In drawings “made from imagination,” however, Steinberg could both hide himself and introduce multiple levels of reading and interpreting his work: “I show myself and my world in the way I choose.” (Riflessi e ombre, p. 59)

And so we, the viewers, through his work, do not have access (as is usually the case) to what Steinberg “sees” as he draws; rather, we are faced with an open window into his mind and thoughts, as in a literary text or essay or treatise.

In all of this I think architecture played a very significant, albeit indirect, role. Steinberg said that the study of architecture was for him “wonderful for everything but architecture. The frightening thought that what you draw can turn into a building makes you lean toward perfectly reasoned lines.” (Riga, p. 38) His lines then, so reasoned, precise, and with crystal clear intent, are the visible imprints of his intuitions, thoughts, and reasoning.

But not only that. Just like the greatest architects, Steinberg even seemed to know what we, in turn, think or know. In fact, his drawings remind me of the Parthenon in Athens. In wanting to convey a sense of harmony, proportion and clarity, the builders of the Parthenon knew that our minds correct, modify and see in a distorted way. For example, they knew that the columns at the edges should be slightly enlarged and pushed a little closer to the others, otherwise they would risk appearing farther apart and smaller than the others; or that the base of the tympanum should be slightly curved downwards, otherwise its ends would give the impression of turning up instead of appearing horizontal. Therefore, the relationship that is established between those who build and those who absorb (in this case, an architectural space) is a sort of interconnection or collaborative effort between two creative sources: that of the designer and that of the viewer.

It is not by chance that the philosophers Roberto Casati and Achille Varzi wrote that “commenting on a drawing by Steinberg is […] like commenting on the work of a colleague” (Riga p. 398). Non only did Steinberg want and know how to speak to everybody, he wanted to be heard by everybody too.

To better approach his work, we therefore have no choice but to linger in front of his drawings, resist the desire to classify him, let his lines seep into our minds and land in his fantastic world.

— March 2022


Books quoted (citations translated by me):
Riga 24, Saul Steinberg, Marcos y Marcos (Italy, 2005)
Saul Steinberg, Lettere a Aldo Buzzi 1945-1999, Adelphi (Italy, 2002)
Saul Steinberg con Aldo Buzzi, Riflessi e ombre, Adelphi (Italy, 2001)