È finalmente arrivato!
Finestre su New York: 63 visioni sulla Grande Mela, un libro (e una copertina) da aprire.

“63 visioni di New York. 63 sguardi dalle finestre di artisti, registi, scrittori, musicisti, filosofi, scienziati e persone comuni che Matteo Pericoli ha incontrato, per poi ritrarne gli scorci e realizzare una storia inedita della Grande Mela: il racconto della città, fatto di sensazioni e confessioni, da parte di alcuni tra i suoi personaggi più famosi.

Matteo Pericoli disegna ognuna di queste intime vedute, intrecciandole per comporre un quadro più grande dei meri limiti urbani della città. E così ci invita a compiere un gesto insolito per la frenesia delle nostre vite: affacciarci alla nostra finestra, rimanere qualche secondo a scrutare e interrogare il mondo, fino a diventare una cosa sola con ciò che vediamo.”

Selezione di rassegna stampa:

Alcuni appuntamenti:

  • Lunedì 27 gennaio 2020 ore 19: Presentazione e inaugurazione mostra “Finestre su New York”, Colibrì, Milano — con Azzurra Muzzonigro

  • Giovedì 12 dicembre 2019 ore 8:30: CAP10100, Torino — con CreativeMornings Turin

  • Martedì 10 dicembre 2019 ore 21: La Galleria del Libro, Ivrea — con Gianmario Pilo

  • Mercoledì 27 novembre 2019 ore 18: Eggers 2.0, Torino — con Alessio Cuffaro e Gianmario Pilo

  • Sabato, 16 novembre 2019 ore 17:30: Combo, Milano (per Bookcity) — con Marta Cereda

The New Yorker, September 12, 2011 issue

In one of my rarely-opened drawers, I stumbled across this September 12, 2011 issue of The New Yorker magazine with a portion of my original, 2001 West Side drawing from Manhattan Unfurled (top) and a 2011 drawing of the same section of the skyline (from Canal St. to the Battery).

Click here to watch a New Yorker video about the making of the drawing:
http://matteopericoli.com/2014/07/22/the-new-yorker-video-matteo-pericoli/

Very excited to be talking about the LabLitArch at Princeton University next week!

https://ams.princeton.edu/events/cosponsoring/mellon-forum-mapping

From the LabLitArch News page  

The first workshop was held in April, in collaboration with professor Marco Maggi of USI University of Lugano (CH), Institute of Italian Studies, and organized by the City of Lugano.
An array of participants, including USI literary students, graduate design students, and two selfless local architects (Flora and Michela), attended. Professor Maggi’s area of research, which focuses on the “mental space” of the reader, allowed for a more in-depth exploration of how a literary text “carves out” a space from within the mind of the reader.
While working with one of professor Maggi’s students who has been visually impaired since birth, we realized how her ability to deduce an architectural space (obviously only its interior since its exterior shape isn’t perceivable to her) is incredibly similar to how a reader perceives the “structure” of a literary text, where words function not so much as “building blocks”, but more as excavating toolsthat actively create space by subtracting material from a solid mass (imagine, for example, the city of Petra in Jordan). A story, in fact, is obviously un-knowable from the “outside” and it’s only once we’ve begun to penetrate it (by reading it) that we start to slowly create a perception about its “construction”.
For this edition we worked on texts by HemingwayDeliusTabucchi and A.M. Homes. Here is a short video on our 20+ hours of practically continuous work: YouTube LabLitArch Lugano Video

The second workshop was LabLitArch’s very first experiment with music. It was in fact called “Laboratory of Musical Architecture”. It was held in May, in collaboration with professor Andrea Malvano of the University of Turin’s Department of Humanities. Professor Malvano, who has degrees in both literature and music (piano), selected pieces by BachSchumannSchoenberg and Glass. The participants, all trained musicians or music students, worked with two experienced LabLitArch architects (Michelle Vecchia and Alessio Lamarca) to produce five amazing models:

We applied the very same methodology and approach used in many Literary Architecture workshops, i.e. working mostly backwards in search of possible motivating and implicit original inclinations that were at the basis of the creation of the musical pieces. As with literary texts, we avoided manifesting what is somewhat already explicit in the music. By working in the opposite direction, so to speak, we tried to get as close as possible, if it is even ever attainable, to the composer’s original creative sparkor insight or intuition.

This led us to the realization that, in music as in literature, movement in this direction forces us to leave our familiar disciplinary turf and we end up reaching a kind of expansive narrative ground probably common to most human artistic endeavors. Perhaps there indeed exists a sudden creative impulse, which is neither made of words nor of notes — it’s just there, as a not-yet-manifest expression of a narrative intuition. If so, narrative is truly all-pervasive. And architecture, with its fundamental narrative elements such as volume, space, light, weight, revelations, suspension, etc. seems to be an ideal tool to analyze, explore and even enter this boundless space of narrative.


Insight from both of these workshops will hopefully be included in the Literary Architecture book I am working on with Il Saggiatore. Work is progressing well and, as an additional sneak preview, I would like to share this new sketch of the book’s structurehere. At first glance, it may not seem so different from the previous sketch; but to me, and my very-limited writing experience, it represents a huge step forward!


Check the original post from the LabLitArch website:
http://lablitarch.com/2019/06/lablitarch-news-two-illuminating-workshops/

di Marco Maggi
Arabeschi N. 12, Dicembre 2018

Con l’aria di disegnare architetture e profili di città, Matteo Pericoli conduce da vent’anni un’indagine profonda e affascinante sul senso dei luoghi e dell’abitare. L’autore stesso la definisce una «ricerca dello spazio attraverso il disegno del dettaglio».

Manhattan Unfurled The East Side – Financial District (dettaglio)

All’origine fu Manhattan Unfurled (2001), lo skyline della City di New York srotolato su due nastri di carta della lunghezza di dodici metri ciascuno; quindi il rovesciamento di prospettiva con Manhattan Within (2003), la città vista dall’interno di Central Park. Seguirono London Unfurled (2011) e prima, in forma di ‘capriccio’, niente meno che World Unfurled (2008). Nel frattempo la sperimentazione sulla forma panoramatica era stata affiancata da una ricerca sulle ‘vedute’, con The City Out My Window: 63 Views on New York (2009).

Con l’inizio di questo decennio Matteo Pericoli ha orientato sempre più la sua ricerca sulle relazioni tra architettura e letteratura. Lo strumento d’indagine è sempre lo stesso, la sua matita, al più ora affiancata dai modelli in tre dimensioni costruiti nell’ambito di un Laboratorio di Architettura Letteraria proposto con successo nei dipartimenti di architettura e nei corsi di creative writing delle università di mezzo mondo, da Ferrara a Taipei, da Gerusalemme a New York.

Abbiamo incontrato Matteo Pericoli a margine dell’edizione del Laboratorio di Architettura Letteraria svoltasi alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino tra il 16 e il 19 novembre 2017.

D: Il Laboratorio di Architettura Letteraria si presenta come un’«esplorazione transdisciplinare di narrazione e spazio». I partecipanti sono invitati a costruire con colla e cartoncino un modello architettonico capace di restituire a un potenziale visitatore l’esperienza percettiva, cognitiva ed emotiva ricavata dalla lettura di un testo narrativo. Da quale percorso è nato questo progetto?

R: Volendo fingere di rendere in maniera lineare un percorso che è stato in realtà tortuoso e spezzato, costellato di sorprese e casualità più che guidato da un disegno consapevole, direi che all’origine fu la tesi di laurea in architettura con Volfango Frankl e Domenico Malagricci, che erano stati collaboratori di Mario Ridolfi. Lavorando con loro avevo avuto il sentore che l’architettura fosse qualcosa di diverso dalle cose che avevo ascoltato nei corsi universitari a Milano. Tra l’altro, loro, anche per ragioni anagrafiche, disegnavano tantissimo, facevano tutto a mano, in un momento in cui – si era all’inizio degli anni Novanta – si stava affermando la tendenza a fare tutto al computer.
Fu grazie a queste persone che mi venne la curiosità di andare a vedere le architetture dell’ultimo Michelucci, dalle quali compresi un principio che ho cercato poi di applicare all’architettura letteraria: l’intuizione, cioè, che il materiale da costruzione non sono tanto soffitti e pareti, bensì il vuoto; che l’architettura è in primo luogo modellazione dello spazio.
Fu su questa spinta che mi decisi ad andare a New York, dove finii per lavorare nello studio di Richard Meier (dove peraltro scoprii, con un certo sentimento di rivincita, che là si faceva tutto a mano!). Qui però mi accorsi anche che ciò che mi interessava veramente fare era narrare col disegno. Volevo esplorare la dimensione della linea, che è l’elemento grafico più vicino alla parola, alla narrazione, per provare a dare una forma all’affetto che provavo per quella città. New York Unfurled è nato così, poi sono venuti tutti gli altri.
Anche il fatto di dover parlare, pensare e leggere in un’altra lingua ha forse favorito quel processo di ‘sganciamento’ dal linguaggio che mi ha condotto ad apprezzare la lettura in maniera diversa, a partire dall’esperienza sinestetica di percepire altro oltre alle parole. Come quando, passeggiando in una piazza con qualcuno, anche se sei concentrato su ciò che stai raccontando, quando arrivi dall’altra parte ti sei formato un’idea di quel luogo.

D: Poi ti sei trasferito a Torino.

LabLitArch – Jeffrey Eugenides ‘Middlesex’

R: Nel 2009 iniziai a tenere un corso alla Scuola Holden intitolato La linea del racconto. Facevo disegnare agli allievi della scuola di scrittura la loro finestra, quindi chiedevo loro di descriverla con le parole. Mostravo loro le opere di Saul Steinberg per indicare il territorio di confine fra scritto e disegnato che volevo che esplorassero. L’anno dopo quelli della Scuola mi chiesero vagamente di fare ‘qualcosa di più’. Fu così che nacque l’idea dell’architettura letteraria. Vedevo tutti questi ragazzi che parlavano di architettura dei romanzi, di funzionamento delle storie, e volevo dire loro: «Io in teoria sono un architetto, o comunque un appassionato di questa cosa che è lo spazio: perché non mi fate vedere, invece di parlarne, come funziona la narrazione, perché non proviamo a capire insieme perché, come si dice, le storie stanno o non stanno in piedi?». Il primo laboratorio fu sconvolgente, erano tutti studenti di scrittura, dunque nessuno sapeva costruire un modellino, c’erano cartoni dappertutto, ma le idee erano così incredibilmente avanzate, sofisticate, erano idee che non mi ero nemmeno lontanamente sognato durante gli studi di architettura. Fu allora che intuii che l’architettura letteraria non era un’idea ma un possibile cammino di scoperta.

D: Quali contributi può portare il tuo laboratorio alla comprensione di che cos’è un testo letterario?

LabLitArch a Gerusalemme

R: La cosa forse più interessante di un’operazione come questa è che accende la luce su cosa succede nella parte destra del cervello mentre leggiamo. Pensiamo alla lettura come a un’attività confinata nell’emisfero sinistro, quello del linguaggio, ma in realtà qualcosa succede anche dall’altra parte. Il laboratorio consente di gettare luce su questa zona in penombra. Però al tempo stesso vorrei che la ‘magia’ avvenisse in maniera non scientifica. All’inizio, dopo i sorprendenti risultati delle prime edizioni, ero stato io a chiedere a dei neuroscienziati che si occupavano della percezione dello spazio di aiutarmi a comprendere cosa accadeva nel laboratorio. Ora, pur continuando a leggere su questi argomenti, preferisco cercare risposte dal laboratorio stesso, che ripropongo sempre quasi identico, sia perché spero di riprodurre ogni volta la sorpresa della prima volta, sia per misurare eventuali scarti, che sono grandi elementi di apprendimento. Soprattutto, credo che le risposte più profonde, più ancora che dallo studiare o anche dal progettare le architetture letterarie, vengano dal disegnarle con la matita e realizzarle col cartone: lì si vede subito come funziona una storia, se sta o non sta in piedi…

D: L’unico precetto dell’Architettura Letteraria, come spieghi ai partecipanti al laboratorio, è di essere ‘letterari’ e non ‘letterali’. Cosa intendi dire?

R: Se ‘costruisci’ Gita al faro di Virginia Woolf e fai il modellino di un faro sei fuori strada. Hai usato quello che l’autrice ti ha suggerito e ti sei fermato lì. Ma cosa significa la gita al faro, cosa è successo prima, la morte della nonna, l’assenza, il motivo per cui tu vai al faro… Tutto questo è assente. Se il faro lo inserisci alla fine, perché è coerente con la costruzione, allora può funzionare; però ci deve essere tutto il resto… Nella Gita al faro il faro può essere una soluzione architettonica diversa, il faro può anche essere un buco.

D: Di recente hai esplorato un altro aspetto delle relazioni tra letteratura e spazialità, con l’illustrazione delle architetture d’invenzione di due classici della letteratura italiana: i mondi ultraterreni di Dante per un’edizione scolastica della Commedia commentata da Robert Hollander e le utopie urbane di Italo Calvino per una traduzione brasiliana delle Città invisibili. Ti sei cimentato anche con le immagini di copertina di alcuni libri. Quali lezioni hai tratto da quest’altra diramazione del tuo progetto di ricerca letteraria attraverso lo spazio e il disegno? Come declini, in questo caso, il tuo precetto di essere letterari e non letterali?

Zemrude

R: È una domanda buffa, perché, nel caso dell’illustrazione, il precetto di essere letterari e non letterali non vale. A mio parere l’illustrazione dev’essere un servizio al testo, è lui che ‘comanda’, quindi va fatta con dedizione e ‘altruismo’. È una cosa diversa dall’architettura letteraria. Sono, per così dire, due sport diversi: l’illustrazione è una specie di tiro al bersaglio, devi centrare l’obiettivo; l’architettura letteraria, invece, è come il tennis: l’obiettivo è rinviare la palla entro uno spazio che è delimitato, ma che al contempo offre soluzioni diverse. Nel caso di Dante e Calvino, ho cercato di sottolineare tutti i passi in cui era chiaramente descritto come funzionano le loro architetture. Di lì in poi ho dovuto cercare soluzioni a problemi architettonici che né Dante né Calvino avevano dovuto affrontare, in quanto le loro architetture sono fatte di parole e non di tratti. Erano comunque sempre soluzioni fornite a problemi ‘tecnici’.

D: L’ultima domanda è rivolta al lettore. Uno spiraglio sui ‘tuoi’ autori è offerto dalle Literary Architecture Series pubblicate su ‘Paris Daily Review’, ‘La Stampa’, ‘Pagina99’: in ordine sparso, Fenoglio, Faulkner, Dostoevskij, Tanizaki, Carrère, Ernaux, Conrad, Calvino, Vonnegut, Ferrante, Saer, Dürrenmatt… Quali sono i tuoi favoriti? E soprattutto, che tipo di lettore sei? Come ti poni di fronte a un’opera letteraria?

Tanizaki, La chiave

R: Tutte queste letture sono state in qualche modo sorprendenti. In realtà per sei anni avevo chiacchierato tanto ma non avevo fatto nulla, nel senso di costruire architetture letterarie. Poi il direttore de ‘La Stampa’, Maurizio Molinari, mi lanciò la sfida. La prima fu Gli anni di Annie Ernaux. La chiave di Tanizaki è un’architettura perfetta. Mattatoio n. 5 di Vonnegut è una lettura che tutti dovrebbero fare, non ha niente a che vedere con le etichette che gli hanno appiccicato, la fantascienza, l’umorismo… È uno sforzo immane condotto con una leggerezza inimmaginabile, per me è quasi eroico. Credo che sarei più pronto a ricostruire domani la cupola del Brunelleschi – con qualcuno che mi aiuta! – piuttosto che scrivere una cosa così.
Nel corso di questi anni la lettura è diventata per me una sorta di viaggio esplorativo. Mi faccio prendere per mano, se lo scrittore o la scrittrice lo vogliono, oppure mi affido al mio desiderio di esplorare la storia alla ricerca di sorprese narrative, spesso soffermandomi a osservare i dettagli, così essenziali nell’architettura come anche nella narrazione; alle volte mi trovo a gioire e godere di quello in cui mi imbatto, ogni tanto a intristirmi per le potenzialità mancate, o per dettagli progettati male.

Leggi direttamente dal sito di Arabeschi: http://www.arabeschi.it/architettura-letteraria-una-conversazione-con-matteo-pericoli-/

It’s finally here and it is so exciting to see the Laboratory of Literary Architecture in a major academic publication! The Routledge Companion on Architecture, Literature and The City, edited by Jonathan Charley, features a chapter on the LabLitArch, which includes a narrative on the genesis of the laboratory, images, project samples, the Literary Architecture series, as well as a dialogue between professors Carola Hilfrich and Jonathan Charley about the pedagogical implications of the LabLitArch.

Excerpts from the dialogue between professors Carola Hilfrich and Jonathan Charley:

“One of the valuable features of the LabLitArch project is that it seems to suggest a ludic alternative to a super-rationalized modern education system.”

“It sets up a process of playful experimentation … that has all the edginess, marginality, contingency, and frustration as well as the serious stakes in liberating our thought from habitual constraints.”

“Seeing the process at work felt like being in loophole of knowledge production; a place where participants, thrown out of the respective boxes of their home disciplines, move into a hybrid, interactive, and reconfigurable field.”

“I think of Matteo’s Laboratory as a unique environment for exploring the potential of … moments where literature and architecture, words and buildings and spaces, readability and inhabitability intertwine with humans.”

“Asking us to put our hands on works of literature by architecturally removing their verbal skins, the LabLitArch makes us grasp their actual texture rather than their form or meaning, so as to shape it, collaboratively, as a habitable space.”

“LabLitArch is perhaps most transformative for our thinking and doing at moments of counter-intuition, competing intuitions, mixed intuition, or intuitions that fail us; and that its emphasis on intuition, or gut feeling, includes loops through the whole body and its more intentional responses, as well as through the imagination and the environment.”

“Matteo’s Laboratory is itself a theory of intuition and failure. Intriguingly, its teaching method in collaboratively haptic creativity advances from the outset a non-subjectivist approach; and it does produce end-results, in the form of architectural projects.”

Details here:
https://www.routledge.com/The-Routledge-Companion-on-Architecture-Literature-and-The-City/Charley/p/book/9781472482730
And here:
http://lablitarch.com/2018/12/lablitarch-in-routledge-academic-anthology/

Matteo Pericoli: l’architettura delle storie
di Alessandra Garzoni

In onda: 2 luglio 2019 – ore 8:00

Architetto e disegnatore attivo in Europa e negli Stati Uniti, Matteo Pericoli si interroga da anni sul perché le storie “stanno in piedi”. L’Architettura Letteraria, pratica innovativa di cui si occupa, esplora lo spazio narrativo passando per la costruzione di modelli architettonici delle opere letterarie. Ospite venerdì 29 giugno 2018 al Long Lake Festival, Matteo Pericoli ha dialogato con il Professor Marco Maggi dell’USI. Alessandra Garzoni lo ha intervistato per noi in occasione della sua visita a Lugano.

https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/attualita-culturale/Matteo-Pericoli-larchitettura-delle-storie-10571229.html

Prague, March 29, 2018

It’s a great honor to be part of Amnesty International’s “I WELCOME” campaign through this Art for Amnesty project exhibited at DOX Centre for Contemporary Art in Prague.

When I was asked to participate I wondered: “What do I do?”, “What do I welcome?”, “What have I learned from my predictable kind of work? I make drawings and I draw, among other things, what people see out their windows. So, what have I learned from doing this seemingly simple thing?”
I thought about it.
I thought I had learned about perspective.
I thought I had learned about expectations.
I thought I had learned about inspirations.
And, perhaps, I had learned about aspirations.
Window views, I thought, are metaphors of one’s journey through life. They are static, but they are also incredibly dynamic. I realized that they are also mirrors as they force us to reflect on ourselves and our lives.

So Art for Amnesty’s founder Bill Shipsey and I wondered, “What would we envision for a project like this?”
And the answer was: “A magical, open window onto a world in which all places, those that today are privileged and self-centered — like me, like where I come from — are intertwined with those from which people are escaping.”
We are one, single, big thing on earth, and we all want happiness. But if we lived in a world that embodied what some politicians are proclaiming today, we would be living in a world made of walls with no windows, where we, the privileged, would also be living in darkness.

See the “I WELCOME” drawing here: http://matteopericoli.com/portfolio-item/i-welcome/[/av_one_full]

A newly edited LabLitArch video.
Special thanks to Twin Pixel Video and Al-Johara Beydoun (words).

Visit http://lablitarch.com/ for more information.

Italo Calvino
As cidades invisíveis com ilustrações de Matteo Pericoli Companhia Das Letras

 

 

Matteo Pericoli
On Invisible Cities

 

In Italy, if you study architecture (but not only), sooner or later you’ll end up having to read Italo Calvino’s Invisible Cities. It is usually among most design courses’ required readings — and rightly so.

When I had to read it, I felt what probably most architecture students feel: a sense of relief; the kind you breathe in when you walk out the door after spending hours in a crowded restaurant. Ah, some air, finally!

Finally architecture and cities that are alive, free from formal constraints, from styles or trends. And finally architecture that, although “only” told with words, conveys the energy and the idea that physical places need a narrative essence of their own.

As far as I was concerned, after that sense of relief, a sadness of sorts followed. Why — I wondered during my studies — do I feel the discipline of architecture so distant? So cerebral, rigid, and especially so hard to “understand”?

It took me a long time to come close to an answer. Or, rather than an answer, to a clarification of that very sense of relief that had struck me upon first reading the book. It’s now eight years since I’ve begun holding a workshop, the Laboratory of Literary Architecture, during which I work with students to give a tangible, architectural form to the intrinsic structure of novels, poems, and stories. They are all literary texts and there’s never anything explicitly “architectural” in them. We do not try to represent the locations described in the texts, but rather we try to understand — by actually building them with cardboard — the perceived reasons why a story works, why and how it stands, and the emotions it makes us feel.

For architecture students, it is a chance to get closer to narrative. If the participants are instead not architects — but writers, literary scholars, high-school students or simply readers — once the initial fear of the “for-experts-only” discipline (i.e. architecture) fades away, their spatial and design ideas evolve in a surprisingly rich and free way revealing how accustomed we all are to perceiving and understanding the structure of a novel and how expert — in the sense of experience (experiri) — we are at “reading” the space around us.

It was during the first workshop’s final student presentations that I again noticed that sense of freshness and pureness I hadn’t felt since my first reading of Invisible Cities. In translating a story into space, architecture comes to life. At some point of their creative process, spatial and literary narrative share a similar forma mentis, which isn’t made of bricks and concrete or words and syntax, but of essential compositional ideas.

When assigned to architecture students, Invisible Cities is mostly read, studied and used in a literal way, i.e. from an architectural point of view. Wouldn’t it be great if this wonderful book could also serve as inspiration to dive into narrative and discover how the effort of constructing a story closely resembles that of designing a building? What does a threshold, a step or a window represent from a narrative point of view? How do we “read” or anticipate space? What gives us a sense of continuity? And of ephemerality? How can I control the pace of revelations?

Alice Munro said that “a story is not like a road to follow … it’s more like a house” to explore. A house that, according to its proportions, room arrangement, and openings will alter both the reader/visitor as well as how we view the world outside. She adds that every time you return, the house “always contains more than you saw the last time. … It also has a sturdy sense of itself of being built out of its own necessity.”

Writing has been used forever to describe and analyze architecture. Architecture, too, can in turn be used as an analytic tool to explore narrative and discover those aspects that are unreachable only with words.


Leggi l’articolo originale in italiano su La Stampa:
https://www.lastampa.it/cultura/2017/06/07/news/costruire-una-storia-come-una-casa-ecco-la-lezione-delle-span-class-corsivo-citta-invisibili-span-1.34608333